Il 28 e 29 ottobre scorsi, Ferrara è stata la sede dell'interessante Convegno internazionale "Gestione sostenibile per il risanamento dei siti contaminati". L'iniziativa, promossa dalle Amministrazioni comunali e provinciali, dall'Università, dall'Unione Industriali di Ferrara e dall'ANPA, oltre a presentare lo stato dell'arte su questa complessa materia, ha provato a fare il punto sulla situazione ferrarese, situazione contraddistinta dalla presenza - a ridosso del centro abitato - di una vasta area occupata per oltre quarant'anni da un petrolchimico, per il quale è in corso la caratterizzazione.
Nel corso della due giorni si sono dunque succeduti comunicazioni, interventi tecnici, tavole rotonde. All'ultimo appuntamento, dedicato alla gestione dei siti contaminati" è stata invitata anche Legambiente, che vi ha partecipato con Lucia Venturi, responsabile scientifico dell'Associazione. Data l'importanza dell'argomento ed il taglio fortemente informativo scelto per la comunicazione abbiamo pensato valesse la pena (ri)proporvelo integralmente.
LA GESTIONE DEI SITI CONTAMINATI
Poli chimici, industrie a rischio, discariche abusive o autorizzate in tempi ormai remoti, aree industriali dismesse: sono numerosissime le realtà dell'Italia da bonificare.
Oltre alle problematiche legate al rischio industriale e sanitario nelle aziende tuttora funzionanti infatti, grave e tuttora irrisolto appare anche il rischio relativo agli impianti dismessi e a quelli in via di dismissione inseriti in progetti di bonifica.
Progetti che si stanno rivelando critici per le grandi quantità di materiali da trattare, la complessità delle contaminazioni (molto spesso non ben conosciute) che oltre ai terreni hanno interessato le
falde acquifere, per il mancato utilizzo di tecnologie di trattamento ampiamente impiegate all'estero.
Già lo studio Ambiente e salute in Italia, del 1995, coordinato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nelle aree ad elevato rischio di crisi ambientale, rilevava un generale aumento della mortalità e del rischio di insorgenza di alcune specifiche patologie tumorali e ne attribuiva la causa alle condizioni ambientali e lavorative.
Gli interventi della magistratura (alcuni ancora in corso) hanno poi ulteriormente sottolineato la correlazione tra ambiente di lavoro e problemi sanitari, tra insorgenza di particolari tipi di tumore e l’aver maneggiato certe sostanze quali l’amianto o il CVM o addirittura solo per aver vissuto in prossimità dei camini delle aree industriali, è il caso di Mantova.
Ma il sistema delle bonifiche è ancora lento a partire.
Dal 1998, anno in cui la legge 426 ha definito i primi 15 siti di interesse nazionale da bonificare (tra cui Porto Marghera, Brindisi, il litorale domitio-flegreo con le discariche dell’ecomafia campana, etc.), ben poco si è mosso, fatta eccezione per l’area di Cengio.
Una tappa sicuramente positiva è stata la definizione del D.M 471/99 atteso da tempo, che ha definito regole certe e ha fornito elementi di valutazione utili per innescare procedimenti di risanamento soprattutto a livello locale.
Nel 2001 il piano nazionale di bonifica porta a 40 il numero dei siti d’interesse nazionale, stanziando per essi circa 1000 miliardi di lire, ma il numero delle aree inquinate disseminate sul nostro territorio è ben più nutrito. Una stima di massima realizzata da Legambiente (manca peraltro sul tema un quadro di riferimento "istituzionale"preciso) indica che il piano delle bonifiche dovrebbe interessare ben 15mila siti inquinati in Italia .
Ai 40 siti già previsti nel piano nazionale delle bonifiche redatto a fine 2001 si aggiungono infatti circa 6.000 serbatoi di carburanti; circa 4.500 aree nelle regioni del Nord e in Toscana (tra discariche autorizzate, siti industriali e aree oggetto di sversamenti) a diversa priorità di intervento; circa 2.500 discariche abusive nel Centro-Sud (il cui rischio reale è molto variabile); circa 1.000 -2.000 siti potenzialmente inquinati dagli insediamenti industriali e artigianali del centro-sud; le tante discariche utilizzate o autorizzate prima dell'approvazione del DPR 915/82, già inserite in alcuni piani regionali.
Nel 1995 la spesa calcolata per le bonifiche era calcolata pari a circa 30mila miliardi e doveva interessare almeno 330mila ettari ossia un'estensione pari alle intere provincie di Milano e Napoli messe insieme.
L’attuale piano di finanziamenti pubblico prevede oltre ai 1.000 miliardi di vecchie lire stanziati dal Ministero dell’ambiente, ulteriori 10mila miliardi per i prossimi 2/3 anni da parte di enti locali, Regioni, Province, Comuni e ARPA, per un totale di finanziamento pubblico pari a 11mila miliardi di vecchie lire. Una cifra senza dubbio onerosa, ma che in realtà è assai insufficiente se si pensa che la sola caratterizzazione (analisi ambientale complessiva) del fiume Bormida inquinato dall’ACNA di Cengio per esempio, è costata al Commissario delegato 4 miliardi di vecchie lire.
Per quanto riguarda invece il finanziamento privato- obbligatorio in caso di contaminazione secondo il principio del "chi inquina paga" – il costo degli interventi limitato ai 40 siti nazionali, dovrebbe aggirarsi intorno ad una cifra pari a circa 5-6 volte il finanziamento pubblico, e quindi a oltre 5 -6.000 miliardi di vecchie lire. Le spese dei privati per i siti di loro competenza che invece non rientrano nei 40 nazionali, possono essere stimate in una cifra tra i 5.000 e i 10.000 Miliardi, per un totale di investimenti privati pari a circa 15.000 miliardi di vecchie lire.
Complessivamente, nei prossimi due-tre anni per gli oltre 15.000 siti inquinati stimati del nostro Paese, dovrebbero essere stanziati quindi oltre 25.000 miliardi di vecchie lire, ma il condizionale è più che legittimo, dato che la scorsa finanziaria per i 40 siti di interesse nazionale aveva già decurtato circa 100 miliardi di vecchie lire e quella attualmente in discussione ha previsto tagli pari ad un quarto della cifra predentemente destinata. (la diminuzione tra le previsioni 2002 e quelle 2003 è infatti (da 141.717.000 Euro a 108.357.000 Euro, pari al 25% circa).
Anche per questo motivo, oltre che per questioni di natura meramente etica, secondo Legambiente , l’attuazione del principio “ chi inquina paga” dovrebbe diventare anche in Italia uno dei vincoli cui far riferimento per avviare finalmente con certezza le opere di risanamento. Tra l’altro se il piano delle bonifiche riuscisse finalmente a partire, la ricaduta su occupazione e professionalità tecniche sarebbe estremamente positiva: in un settore peraltro afflitto da una costante emorragia di posti di lavoro (meno 70mila operai impiegati in 20 anni), vecchie e nuove competenze sarebbero
infatti richieste da tutte le attività di bonifica e ripristino con un'offerta di lavoro specializzato pari a oltre 5.000 posti, senza considerare l'indotto e le attività di contorno che potrebbero garantire altre migliaia di occupati.
Come uscire dunque dalla stagione dei veleni che ha lasciato in eredità aree minerarie, centri siderurgici, complessi chimici e petrolchimici con un carico ad elevatissimo rischio di contaminazione?
Le proposte messe in campo da Legambiente prendono in parte spunto da una delle nazioni che fanno del libero mercato la caratteristica principe della loro economia, dove però, a differenza dell'Italia, l'onere della riqualificazione ambientale e del recupero dei siti contaminati è totale carico dei privati. L’esempio è quello del Superfund statunitense, di cui Legambiente propone un adattamento italiano.
Il Superfund è l'insieme di norme che fissano le responsabilità delle imprese in caso di contaminazione ambientale, definiscono le procedure per la valutazione del rischio, individuano una lista di priorità nazionali degli interventi di bonifica.
In particolare, il Superfund ha tre livelli di intervento che riveduti e corretti potrebbero trovare applicazione anche in Italia.
Il primo, un fund trust, ossia un fondo di sicurezza finanziato dalla tassazione principalmente di prodotti chimici e petroliferi ma anche di altre sostanze inquinanti, vincolato alla bonifica dei cosiddetti siti orfani (per i quali non è più possibile riconoscere un proprietario responsabile).
In secondo luogo, un'attività capillare di analisi sui siti inquinati che consenta di stabilire la loro pericolosità e l'urgenza della bonifica con la definizione appunto di una lista nazionale di priorità.
In terzo luogo, l'obbligo inderogabile per le aziende che gestiscono impianti ancora in attività, una volta accertata l'eventuale pericolosità della produzione o delle scorie prodotte sia per l'ambiente che per la salute della popolazione, di disporre immediati interventi di bonifica.
Una traduzione italiana di questo modello è possibile, secondo Legambiente, se la nostra normativa acquisisse proprio alcuni principi ispiratori del Superfund che hanno reso possibili in 15 anni la bonifica completa (nel 50% dei casi) o parziale delle emergenze piùgravi su tutto il territorio statunitense. Un esempio virtuoso, soprattutto se raffrontato alla realtà italiana dove colossi inquinanti hanno fatto, e purtroppo continuano a fare, danni in attesa di interventi di messa in sicurezza di cui si parla da anni ma che da anni tardano ad arrivare.
Prendendo ad esempio la necessità di un fondo di sicurezza pagato dai settoriproduttivi inquinanti, vincolando a questo fine una parte della tassazione che già grava su queste aziende, si potrebbero avviare anche da noi gli interventi su quella percentuale di siti italiani (discariche abusive, terreni contaminati, depositi di rifiuti tossici e nocivi) per i quali non è possibile riconoscere la responsabilità del danno. Nello stesso tempo, lo stesso fondo potrebbe contribuire ad un capillare accertamento e ad un censimento completo di tutte le areea rischio. Una base fondamentale anche per la definizione di una lista di priorità e per stabilire temporalmente l'inizio e la fine degli interventi. Infine, ma sicuramente prioritaria, è anche l'idea che ha trovato spazio negli Usa ma che tarda a trovare applicazione da noi, che debbano essere i privati responsabili dell'inquinamento e non già questi con il concorso dello stato a pagare i danni provocati al territorio, all'ambiente, alle popolazioni.
Negli Stati Uniti, responsabile della gestione del Superfund, è l'Epa, l'agenzia per la protezione dell'ambiente, che si occupa di identificare e selezionare i siti da bonificare, e che nel 1985 ha segnalato 1500 siti. Siti che in 15 anni hanno visto conclusa l'opera di bonifica ben nel 50% dei casi (750 zone), mentre altri 600 (il 40%) sono prossimi al completamento delle operazioni di risanamento. Nello stesso periodo, sono stati pagati dalle aziende
inquinanti per la bonifica di aree contaminate su cui insistono impianti ancora in attività, ben 32mila miliardi, mentre le indagini condotte hanno portato all'identificazione di 41mila siti a rischio.
In Italia per il ritardo e l'inadeguatezza normativa e spesso per la forte irresponsabilità della classe imprenditoriale appare evidente che la certezza sulla dismissione degli impianti obsoleti e della bonifica dei siti contaminati è attualmente un’utopia.
D'altronde a rendere sempre più urgente un intervento di riqualificazione ambientale delle aree più a rischio sono purtroppo i dati sanitari.
L’allarme per le conseguenze derivanti da alcune produzioni chimiche, siderurgiche, minerarie e petrolifere è al centro ormai di numerosi studi ed indagini epidemiologiche condotte tra gli altri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – Centro Europeo Ambiente e Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità e i dati - ormai ampiamente disponibili - dimostrano che durante questi ultimi anni sono aumentati i siti industriali per cui è stato evidenziato un rischio ambientale e sanitario.
Per passare dalla chimica dei veleni al risanamento ambientale e alla sicurezza sanitaria per le popolazioni che vivono a ridosso di aree industriali o depositi di sostanze a rischio e tutelare i lavoratori impiegati in produzioni che utilizzano sostanze pericolose Legambiente propone quindi una nuova normativa ispirata al "Superfund" americano.
Un sistema per far pagare alle aziende inquinanti gli interi costi di bonifica delle aree contaminate da produzioni nocive o da rifiuti tossici; la definizione di una lista di priorità che scadenzi gli interventi di risanamento delle aree a rischio e crei le premesse per l'immediata chiusura degli impianti per i quali è ormai accertata la pericolosità sanitaria, la delocalizzazione o la riconversione di quelli che hanno comunque un elevato grado di inquinamento e impatto ambientale, la modifica delle procedure di intervento in modo da dividere i siti dismessi e le discariche illegali, per i quali si attinge dal fondo nazionale finanziato dal mondo dell’impresa, dai siti operativi, per i quali l’onere finanziario delle bonifiche sarebbe completamente a carico dell’impresa. Se il progetto delle bonifiche riuscisse finalmente a decollare, oltre a chiudere una brutta pagina del nostro Paese innescherebbe un meccanismo virtuoso la cui ricaduta su occupazione e professionalità tecniche sarebbe estremamente positiva.
Aprirebbe infatti la strada alla creazione di nuove figure professionali per la consulenza nella progettazione dell’intervento, per la progettazione e realizzazione di impianti di trattamento; per l’attività di laboratorio, per le verifiche sul campo, e potrebbe offrire anche una opportunità di riqualificazione per gli addetti del settore impiegandoli nei lavori di messa in sicurezza, di recupero e di risanamento delle aree contaminate.