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Terroristi senza frontiere: l’economia globale ha bisogno della paura?

10-09-2005
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 "L'interesse e la paura sono i principi della società" scriveva Hobbes e mai come in questo inizio di secolo questa affermazione appare veritiera. A partire dal crollo delle due torri del World Trading Center di New York l"11 Settembre 2001 è cresciuta nel mondo occidentale la paura resa ancora più acuta dalla impossibilità di identificare il nemico. Il terrorista viene sommariamente individuato tra gli appartenenti al fondamentalismo islamico che però non posseggono nessun segno distintivo esteriore. In questo modo è venuta crescendo la paura dello straniero, dell’immigrato, in particolare se l’immigrato ha caratteri somatici mediororientali. Per fronteggiare la situazione molti governi hanno realizzato delle vere e proprie cacce all’uomo, guerre contro il terrorismo e guerre preventive che nascondevano motivazioni di carattere economico. La complessità della situazione viene molto ben descritta nei tre libri che proponiamo ai lettori di Pollicino, nella convinzione che reagire con la violenza alla violenza non è mai la soluzione migliore.

 Terrorismo e paura

"Nell'asimmetria di guerra e terrore a dominare è la paura. Capirlo è già un modo per liberarsene" scrive il generale Fabio Mini nel libro La guerra dopo la guerra (ed. Einaudi, 2003). Incutere paura è l’evidente, e riuscito, obiettivo dell'azione terroristica, ma è utile riflettere su come le stesse ideologie che promuovono e giustificano il terrorismo nascano dalla paura. Karen Armstrong le definisce "... teologie e ideologie radicate nella paura. Il desiderio di definire dottrine, erigere barriere, stabilire confini e segregare i fedeli in un'enclave sacra in cui la legge viene osservata rigorosamente, nasce dal terrore che ha fatto temere a tutti i fondamentalisti, prima o poi, che i secolari stessero per annientarli... Abbiamo visto il nichilismo che può ispirare il programma fondamentalista. E' impossibile far sparire questa paura con il ragionamento o cercare di sradicarla con misure coercitive. Una risposta più costruttiva potrebbe essere quella di valutare la profondità di questa nevrosi." C'è dunque un legame di reciproca paura sul quale porre un'attenzione adeguata. Sempre Mini nel capitolo intitolato Guerra da Occidente e Terrore da Oriente: "Il terrorismo di oggi è una sorta di eredità degli imperi passati a quelli nuovi. […] Il terrorismo orientale si è trasformato e internazionalizzato proprio come reazione al controllo e al dominio dell'Occidente. La stessa ideologia occidentale e globalista lo ha contro-ideologicizzato e radicalizzato, mentre il ritorno all'ordinamento confessionale lo ha fatto assurgere al rango di contro-impero svincolato dall'ordinamento spaziale. Eppure oltre ai danni e allo shock collettivo il terrorismo paradossalmente ha per gli imperi una funzione di stimolo e crescita. […] Gli apparati di sicurezza si impegnano e si motivano, gli affari, con le continue devastazioni e instabilità, si mantengono vivi, il quadro giuridico si modifica e la legge viene inasprita in relazione alla lotta da compiere. Tra gli economisti si è perfino diffusa la tendenza a considerare la paura come un elemento trainante dell'economia. Sembra che l'economia globale abbia bisogno della paura. Non la paura di qualcosa o qualcuno, ma di perdere ciò che si ha. E più si ha, più si ha timore. […] La paura genera incertezza. La paura alimenta l'istinto di conservazione, ma porta anche a reazioni disordinate. I mercati speculativi vivono sull’incertezza e sulle reazioni emotive e disordinate degli investitori. Il terrore è il massimo dell'incertezza e della paura e la gente in preda al terrore di certo non si mette a sottilizzare sulle spese o sui sistemi che sono presentati come possibili soluzioni forti o come sacrifici da affrontare. Una mappa dei movimenti terroristici ed estremisti mostra chiaramente la connessione delle attuali aree di crisi con il post colonialismo e con le pratiche imperialistiche succedute agli imperi storici...".

Una guerra invincibile

Anche Zygmunt Bauman nel libro Society under Siege, (ed. Polity Press, 2002) sostiene una tesi simile: "Di fatto, il perpetuarsi del disordine globale risponde ai fini dei terroristi altrettanto bene di quanto serve al dominio mondiale di chi muove loro guerra. Uno dei motivi principali per cui la guerra contro il terrorismo è invincibile è il fatto che entrambe le parti rifiutano l'imposizione di restrizioni alla neoacquisita extraterritorialità dei cieli o alla libertà di ignorare o aggirare le leggi delle nazioni ogni qualvolta tali leggi appaiono d'intralcio al fine perseguito. Questa coalizione - la coalizione contro un ordine globale equo, universalmente vincolante e democraticamente controllato - sembra essere la sola che resiste pervicacemente... "

Il nemico

Di fronte ad un quadro così allarmante quali strategie possono essere messe in campo per difendersi da un "nemico" non chiaramente identificabile? In Tutta la violenza di un secolo (ed. Feltrinelli, 2005) Marcello Flores ha affrontato il tema della violenza nel Novecento nella "convinzione che è solo da una conoscenza articolata e approfondita e da una comprensione critica che l'impegno etico contro la violenza può trovare modalità più appropriate di esprimersi". In mancanza di ciò le risposte al terrorismo sono inefficaci quando non collusive. L'ha ripetuto Benjamin Barber l'11 settembre scorso, a Roma nel secondo appuntamento dell' Interdipendence Day, "Il terrorismo è più simile all'Aids, al riscaldamento globale e al traffico internazionale di stupefacenti; non è il prodotto di stati nazionali, ma di nuove forze interdipendenti che hanno reso sempre più debole persino la nazione più potente del mondo, specialmente quando agisce da sola. Al Qaeda non è uno stato canaglia, è un'organizzazione non governativa - i cui seguaci si definiscono terroristes sans frontières - e non sarà sconfitta indipendentemente da quanti regimi talebani o dittatori come Saddam l'America possa abbattere".

 

Daniele Lugli


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