"L'interesse e la paura sono i principi della società"
scriveva Hobbes e mai come in questo inizio di secolo questa
affermazione appare veritiera. A partire dal crollo delle due torri del
World Trading Center di New York l"11 Settembre 2001 è cresciuta nel
mondo occidentale la paura resa ancora più acuta dalla impossibilità di
identificare il nemico. Il terrorista viene sommariamente individuato
tra gli appartenenti al fondamentalismo islamico che però non
posseggono nessun segno distintivo esteriore. In questo modo è venuta
crescendo la paura dello straniero, dell’immigrato, in particolare se
l’immigrato ha caratteri somatici mediororientali. Per fronteggiare la
situazione molti governi hanno realizzato delle vere e proprie cacce
all’uomo, guerre contro il terrorismo e guerre preventive che
nascondevano motivazioni di carattere economico. La complessità della
situazione viene molto ben descritta nei tre libri che proponiamo ai
lettori di Pollicino, nella convinzione che reagire con la violenza
alla violenza non è mai la soluzione migliore.
Terrorismo e paura
"Nell'asimmetria di guerra e terrore a dominare è la paura. Capirlo
è già un modo per liberarsene" scrive il generale Fabio Mini nel libro La guerra dopo la guerra
(ed. Einaudi, 2003). Incutere paura è l’evidente, e riuscito, obiettivo
dell'azione terroristica, ma è utile riflettere su come le stesse
ideologie che promuovono e giustificano il terrorismo nascano dalla
paura. Karen Armstrong le definisce "... teologie e ideologie radicate
nella paura. Il desiderio di definire dottrine, erigere barriere,
stabilire confini e segregare i fedeli in un'enclave sacra in cui la
legge viene osservata rigorosamente, nasce dal terrore che ha fatto
temere a tutti i fondamentalisti, prima o poi, che i secolari stessero
per annientarli... Abbiamo visto il nichilismo che può ispirare il
programma fondamentalista. E' impossibile far sparire questa paura con
il ragionamento o cercare di sradicarla con misure coercitive. Una
risposta più costruttiva potrebbe essere quella di valutare la
profondità di questa nevrosi." C'è dunque un legame di reciproca paura
sul quale porre un'attenzione adeguata. Sempre Mini nel capitolo
intitolato Guerra da Occidente e Terrore da Oriente: "Il terrorismo di
oggi è una sorta di eredità degli imperi passati a quelli nuovi. […] Il
terrorismo orientale si è trasformato e internazionalizzato proprio
come reazione al controllo e al dominio dell'Occidente. La stessa
ideologia occidentale e globalista lo ha contro-ideologicizzato e
radicalizzato, mentre il ritorno all'ordinamento confessionale lo ha
fatto assurgere al rango di contro-impero svincolato dall'ordinamento
spaziale. Eppure oltre ai danni e allo shock collettivo il terrorismo
paradossalmente ha per gli imperi una funzione di stimolo e crescita.
[…] Gli apparati di sicurezza si impegnano e si motivano, gli affari,
con le continue devastazioni e instabilità, si mantengono vivi, il
quadro giuridico si modifica e la legge viene inasprita in relazione
alla lotta da compiere. Tra gli economisti si è perfino diffusa la
tendenza a considerare la paura come un elemento trainante
dell'economia. Sembra che l'economia globale abbia bisogno della paura.
Non la paura di qualcosa o qualcuno, ma di perdere ciò che si ha. E più
si ha, più si ha timore. […] La paura genera incertezza. La paura
alimenta l'istinto di conservazione, ma porta anche a reazioni
disordinate. I mercati speculativi vivono sull’incertezza e sulle
reazioni emotive e disordinate degli investitori. Il terrore è il
massimo dell'incertezza e della paura e la gente in preda al terrore di
certo non si mette a sottilizzare sulle spese o sui sistemi che sono
presentati come possibili soluzioni forti o come sacrifici da
affrontare. Una mappa dei movimenti terroristici ed estremisti mostra
chiaramente la connessione delle attuali aree di crisi con il post
colonialismo e con le pratiche imperialistiche succedute agli imperi
storici...".
Una guerra invincibile
Anche Zygmunt Bauman nel libro Society under Siege, (ed.
Polity Press, 2002) sostiene una tesi simile: "Di fatto, il perpetuarsi
del disordine globale risponde ai fini dei terroristi altrettanto bene
di quanto serve al dominio mondiale di chi muove loro guerra. Uno dei
motivi principali per cui la guerra contro il terrorismo è invincibile
è il fatto che entrambe le parti rifiutano l'imposizione di restrizioni
alla neoacquisita extraterritorialità dei cieli o alla libertà di
ignorare o aggirare le leggi delle nazioni ogni qualvolta tali
leggi appaiono d'intralcio al fine perseguito. Questa coalizione - la
coalizione contro un ordine globale equo, universalmente vincolante e
democraticamente controllato - sembra essere la sola che resiste
pervicacemente... "
Il nemico
Di fronte ad un quadro così allarmante quali strategie possono
essere messe in campo per difendersi da un "nemico" non chiaramente
identificabile? In Tutta la violenza di un secolo (ed.
Feltrinelli, 2005) Marcello Flores ha affrontato il tema della violenza
nel Novecento nella "convinzione che è solo da una conoscenza
articolata e approfondita e da una comprensione critica che l'impegno
etico contro la violenza può trovare modalità più appropriate di
esprimersi". In mancanza di ciò le risposte al terrorismo sono
inefficaci quando non collusive. L'ha ripetuto Benjamin Barber l'11
settembre scorso, a Roma nel secondo appuntamento dell' Interdipendence
Day, "Il terrorismo è più simile all'Aids, al riscaldamento globale e
al traffico internazionale di stupefacenti; non è il prodotto di stati
nazionali, ma di nuove forze interdipendenti che hanno reso sempre più
debole persino la nazione più potente del mondo, specialmente quando
agisce da sola. Al Qaeda non è uno stato canaglia, è un'organizzazione
non governativa - i cui seguaci si definiscono terroristes sans frontières - e non sarà sconfitta indipendentemente da quanti regimi talebani o dittatori come Saddam l'America possa abbattere".
Daniele Lugli