Sul rapporto tra salute e stato dell'ambiente si sono scritti e
sicuramente si scriveranno ancora tantissime cose, più o meno
interessanti e/o appropriate. Se la correlazione tra i due temi è
innegabile, è altrettanto vero che essa non è così lineare e automatica
come spesso si pensa. Lo stato di salute di una popolazione, affonda
soprattutto nella sua storia passata. Moltissime patologie di cui
soffriamo oggi, derivano infatti da situazioni ambientali più o meno
lontane e protratte nel tempo. L'epidemiologia è una scienza
relativamente giovane, con la quale possiamo provare a "interrogare"
il futuro, non solo e non tanto per capire meglio cosa ci aspetta sotto
il profilo sanitario, ma soprattutto per tentare di mettere in atto
un'intelligente politica di prevenzione, allo scopo di ridurre
l'esposizione ai cosiddetti fattori di rischio che ci circondano. Le
animate polemiche che stanno accompagnando alcune scelte amministrative
di questi mesi - in primis la decisione di avviare la costruzione, a
ridosso del centro abitato di Ferrara, di una grossa centrale
termoelettrica a ciclo combinato - trovano in gran parte la loro
origine proprio sul delicato versante dell'impatto sanitario, ovvero
sulle possibili ricadute che le emissioni di un impianto energetico
della taglia prefigurata potranno avere sulla salute dei cittadini
ferraresi negli anni a venire.
Proprio in queste settimane è stato licenziato "Il rapporto ambiente-salute nel profilo di salute dei ferraresi", un
corposo studio curato dal Dott. De Togni, dell'Ufficio epidemiologico
dell'AUSL di Ferrara, che per la prima volta prova a confrontarsi con i
dati epidemiologici del nostro territorio, offrendo ad amministratori e
cittadini una serie interessante di dati su cui ragionare. Noi di
Legambiente abbiamo colto la palla al balzo e abbiamo deciso di
scambiare quattro chiacchere con lui su questi argomenti. Aldo De Togni
oltre che un tecnico di prima qualità è anche un vecchio amico e quindi
è stato un vero piacere ritrovarsi attorno ad un tavolo per parlare di
questioni che stanno a cuore ad entrambi.
Come lavora un epidemiologo in una città come Ferrara, ai vertici in
Italia per incidenza di tumori al polmone ? Quali priorità ti sei dato
in questi anni di lavoro?
L'epidemiologia studia le condizioni di salute della popolazione ed
i fattori che le condizionano. Nel 1998, l"Azienda USL di Ferrara ha
creato un ufficio dedicato all’Epidemiologia per la Sanità Pubblica.
Due sono sempre state le linee portanti del lavoro di questo ufficio:
1) la conoscenza dello stato di salute della popolazione (ed i suoi
bisogni di salute); 2) l’epidemiologia ambientale.
Per quanto riguarda la tematica dei bisogni di salute, l’ufficio di
Epidemiologia ha realizzato nel 2000 il primo profilo di salute dei
ferraresi ed è attualmente impegnato nel sostegno epidemiologico alle
azioni del Piano per la Salute "Ferrara in Piano".
L’epidemiologia ambientale, condotta in stretta collaborazione con
ARPA – sezione di Ferrara - ha comportato l’effettuazione di diversi
studi d’impatto e studi epidemiologici.
Gli studi d’impatto elaborano una previsione degli effetti sulla
popolazione dell’inquinamento così come è oggi. Il maggiore studio
d’impatto in corso è denominato "Microinquinanti e salute" e si propone di calcolare il peso dell’inquinamento da benzene e da altri microinquinanti.
Gli studi epidemiologici misurano invece lo stato di salute e la sua
relazione con l’inquinamento. Attualmente sono in corso due studi
epidemiologici. Il primo, denominato "La salute del bambino e l’ambiente",
si propone di misurare l’effetto dell’inquinamento sulla comparsa di
attacchi d’asma nei bambini residenti in provincia di Ferrara. Il
secondo, dal titolo "L’esposizione ambientale come fattore di rischio per la salute a Ferrara",
vuole misurare il peso che diversi fattori di rischio hanno sulla
comparsa di alcune malattie associate anche all’esposizione ambientale.
Primo risultato di questo studio è la relazione "Il rapporto ambiente-salute nel profilo di salute dei ferraresi", disponibile presto sul sito www.ausl.fe.it .
Tu personalmente, da quanti anni lavori a Ferrara su queste problematiche? Quali difficoltà operative hai avuto?
Io lavoro presso l’Ufficio di Epidemiologia dal 2000, ma come ho già
spiegato, l’epidemiologia ambientale era stata già avviata due anni
prima, nel 1998, quando è partita una ricerca sull’asma nei giovani
adulti e le sue relazioni con l’inquinamento atmosferico. Le vicende di
questa ricerca illustrano bene alcune delle principali difficoltà con
le quali l’Epidemiologia ferrarese ha dovuto convivere in questi anni:
la carenza di risorse (persone e mezzi) e la mancanza di collegamenti
con la rete italiana dell’epidemiologia.
La ricerca sull’asma negli adulti è finita nel 2000 ma solo nei
prossimi mesi sarà conclusa l’analisi completa dei risultati, grazie al
lavoro di una laureanda. E’ quindi prevista una seconda fase della
ricerca, che dovrebbe partire l'anno prossimo, se saranno disponibili
le necessarie risorse finanziarie.
L’Università di Verona ha svolto le funzioni di centro coordinatore
di questa ricerca, tanto che presso quella Università è stato possibile
condurre un’intensa attività di formazione, grazie alla quale si è
riusciti a superare l’isolamento iniziale. Tra l’altro, ho partecipato
alla traduzione del libro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità "Epidemiologia ambientale", pubblicato in Italia da ARPA Toscana.
La pianura padana è tra le aree più inquinate d’Europa, ma solo
alcune delle sue province mostrano dati allarmanti sul piano sanitario.
Ti sei fatto un’idea del problema ?
Va evitato l’errore di stabilire una relazione automatica tra
livello di inquinamento e stato di salute. Sono molti infatti i fattori
che influenzano il profilo sanitario di un territorio e la loro
distribuzione non è affatto omogenea nella popolazione. La
distribuzione disomogenea dei fattori di rischio può anzi costituire
una delle possibili spiegazioni delle differenze osservate.
Occorre sottolineare a questo punto come il termine "inquinamento",
comunemente usato, sia estremamente generico e inadatto a spiegare le
differenze osservate: vanno presi in considerazione inquinanti con
funzione di "tracciante" della miscela di inquinanti presenti e dei
loro effetti globali. Ad esempio, è il caso del vanadio per le centrali
termoelettriche alimentate a olio combustibile, come Porto Tolle. In
questo contesto, picchi locali di inquinamento potrebbero spiegare una
parte delle differenze osservate. In linea di massima, comunque,
l’inquinamento atmosferico aumenta di pochissimo il rischio di
ammalarsi (tra l’8 e il 15% circa).
Nella tua domanda si parla correttamente di "dati sanitari".
Infatti, un secondo errore, alla base di molte delle interpretazioni
correnti che si danno degli effetti dell’inquinamento, consiste
nell’attribuzione della mortalità osservata alla situazione di
inquinamento misurata oggi. Va tenuto presente che se si stanno
esaminando dati di mortalità, ci troviamo di fronte a malattie croniche
la cui origine, qualora collegata all’inquinamento, risale ad
esposizioni successe almeno 15-20 anni prima (ed anche 30 e più).
Malattie acute come gli attacchi di asma possono trovare invece un
legame con la qualità dell’aria attuale.
Traffico e fumo appunto. Quanto pesano, le abitudini e gli stili di
vita più o meno indotti, sul profilo della salute dei ferraresi ?
Sono possibili due risposte. La prima, più precisa e circostanziata, sarà fornita dallo studio epidemiologico in corso "L’esposizione ambientale come fattore di rischio per la salute a Ferrara".
La seconda, sicuramente più veloce, ma anche più approssimativa, la si
ottiene con una stima di impatto che utilizza i risultati di studi
fatti in altre città. In questo caso va sottolineato che le eventuali
proiezioni partono dal principio (non dimostrabile e che anzi potrebbe
rivelarsi molto lontano dal vero) che a Ferrara esista la stessa
situazione delle città nelle quali sono stati fatti gli studi che
forniscono i dati di partenza. Un esempio dei risultati che si
ottengono con le stime di impatto è riportato nella relazione di cui ho
parlato prima.
C’è un certo divario tra la mortalità per tumori alle vie
respiratorie nel basso ferrarese e quella che si registra nella città.
Come te lo spieghi?
Una maggiore mortalità per tumore del polmone negli uomini abitanti
nel basso ferrarese si registra almeno da quando si raccolgono le
statistiche di mortalità. Attualmente il divario si sta riducendo.
Nelle donne invece la maggiore mortalità per tumore del polmone si è
osservata, almeno nel Comune di Ferrara, nei primi anni novanta; nel
periodo '96-2001 la differenza fra donne residenti nel Comune e donne
residenti nella Provincia non si osserva più. I due fatti però hanno
spiegazioni diverse.
La differenza tra i maschi è ormai accertato, essere associata
all’altissimo numero di fumatori nei nati tra il 1900 e il 1930 (circa
il 78% era fumatore) e alla diffusione di condizioni socio-economiche
disagiate.
I fattori associati alla mortalità per tumore del polmone nelle donne di Ferrara saranno invece oggetto della ricerca in corso.
La centrale di Porto Tolle e l’area petrolchimico sono fonti
emissive di vari inquinanti. Esistono serie storiche o almeno
monitoraggi utili a valutare l’impatto di tali attività?
Per la centrale di Porto Tolle esiste un rilevamento
ambientale avviato fin dalla sua partenza, attraverso otto stazioni che
monitorano due sostanze inquinanti di significato minore ai fini della
valutazione di impatto (anidride solforosa e ossidi di azoto). Su poche
postazioni, aumentate comunque nel corso degli ultimi anni, viene
effettuata la misura delle polveri. Per l’area petrolchimico il
rilevamento ambientale viene condotto da due stazioni, su alcuni
inquinanti organici, la cui lista è attualmente in corso di revisione. La
revisione è stata dettata anche dai risultati della stima di impatto
ambientale condotta sui risultati del primo anno di misure.
Per entrambi i siti va comunque detto che l’informazione migliore
sarebbe ricavabile dal monitoraggio delle emissioni (al camino),
costruito sulla base dell’identificazione degli inquinanti
caratterizzanti dal punto di vista tossicologico.
Cosa significa, per un epidemiologo, la stima del rischio derivante
dall’esposizione a qualche sostanza inquinante? Cosa si "nasconde"
dunque dietro una statistica?
La domanda di fondo che la gente si pone (compreso l’epidemiologo) è: "è rischioso? E se si, quanto?".
La stima del rischio è il risultato del lavoro dell’epidemiologo, che
si ottiene in due modi: una via diretta mediante lo studio apposito che
misura esposizione ed effetti e li mette in relazione; una via
indiretta (stime di impatto) che ricava dai dati ambientali locali il
possibile effetto sulla salute, mediante i risultati di studi fatti
altrove. Tutte le stime di rischio presentano però un margine di
incertezza; minore negli studi, spesso molto più ampio nelle stime di
impatto.
La migliore garanzia sulla qualità del lavoro svolto (al di là
delle verifiche da parte di altri esperti) è la trasparenza dello
studio che deve esplicitare obiettivi, metodi, dati usati e non solo i
risultati finali. Nell’epidemiologia non c’è nulla da nascondere, anche
se il linguaggio scientifico non si presta facilmente alla
divulgazione. Difficile non significa però nascosto.
Certo, rischio percepito e rischio stimato, due facce complesse di
una medaglia dalle numerose sfumature. Come si risponde alle
preoccupazioni della gente? Cosa pensa a riguardo, l’epidemiologo?
Non è semplice rispondere. Entrambe le facce del problema rientrano
infatti in una gestione dialettica del rischio. La gente infatti ha
proprie opinioni su quali siano i rischi più gravi, quelli per
intenderci che necessitano di risposte immediate, ma che spesso non
coincidono con quelle degli esperti (a tal riguardo un esempio
eclatante è la distanza da luoghi abitati delle antenne per le stazioni
radiobase). Il rischio percepito è uno dei componenti fondamentali di
questa complessa partita, alla quale sono chiamati sia gli
amministratori che la popolazione. Non ci sono esperti che non sanno e
ignoranti che non sanno. Per la gestione del rischio occorre un
confronto trasparente, il passaggio obbligato per soluzioni condivise e
razionali.
Lo spazio tiranno ci obbliga a chiudere questa nostra prima
chiaccherata con l'amico De Togni. Il tecnico ci ha comunque dato molti
spunti di riflessione e qualche curiosità che non mancheremo di
approfondire nei prossimi mesi. La necessità di un monitoraggio ai
camini delle sostanze emesse, per esempio, ci sembra una di quelle
banalità che ci scandalizza apprendere non sia ancora stata realizzata.
Alberto Poggi