"Piccolo è bello !” si sosteneva e in gran parte ancora si sostiene all'interno del variegato arcipelago ambientalista. Se a questo fortunato slogan, ripreso dal titolo di un libro-culto della fine degli anni settanta a firma dell"economista E. Schumacher, si miscela un po’ di sano localismo e si aggiunge quel tanto che basta di diffidenza nei confronti delle capacità autoregolative del mercato, allora si arriveranno a capire molte delle perplessità emerse - in sede locale, ma anche nazionale – attorno agli sviluppi più recenti della legislazione che punta a liberalizzare la gestione di molti servizi pubblici fondamentali: dalla fornitura del gas alla gestione dei mezzi di trasporto collettivo; dal controllo del ciclo integrato dell’acqua alla raccolta e smaltimento dei rifiuti.
In questo caso “piccolo” si riferisce alle dimensioni medie delle aziende che nel nostro Paese, si occupano di tali servizi. Se ci limitiamo all’acqua infatti, gli enti gestori sono ancora migliaia – nel 2001 erano oltre 8mila – con una frammentazione sul territorio tutt'altra che bella, anzi spesso sinonimo di inefficienza e quindi spreco di risorse. Esattamente l’opposto dunque di quello che recita lo slogan, che però non precisa le dimensioni – o le condizioni – ottimali della piccolezza. A questo proposito, qualche utile indicazione ci arriva dalla cosiddetta Legge Galli (quest’anno fanno dieci anni dalla sua approvazione). Sostanzialmente una buona legge e forse proprio per questo ancora in gran parte disattesa, se è vero come è vero che l'ultimo monitoraggio sulla sua applicazione registra ancora qualche isolata defezione e diverse manchevolezze. Soprattutto negli aspetti più strettamente ambientali, poichè per quelli dichiaratamente economicisti le difficoltà sono essenzialmente di carattere organizzativo e politico. Secondo la Galli, l’insieme dei servizi di captazione, adduzione, distribuzione e depurazione delle acque dev’essere condotto “secondo criteri di efficienza, efficacia ed economicità”, ovvero ben lontano da quello che succede ancora oggi in molte zone del nostro paese. Anche, ma non solo, per mancanza di concorrenza tra gestori. Non si tratta, beninteso, di contrapporre in maniera ideologica e pregiudiziale aziende pubbliche e private, ma di avviare un equilibrato e trasparente meccanismo di controllo sugli standard del servizio, sulle tariffe applicate e sull'utilizzo delle risorse ambientali. A questo proposito la legge è chiara, "le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche” e vanno usate “secondo criteri di solidarietà “.
Da qui alle idee contenute nel Contratto mondiale dell’acqua, il passo è sicuramente assai breve e porta in rotta di collisione con l’attuale discussione all’interno del GATS, la sezione del WTO che si occupa espressamente della liberalizzazione dei servizi. Su questo terreno l'Unione Europea non sta giocando un ruolo del tutto positivo, laddove glissa sulle garanzie di accesso universale all'acqua, alla sua qualità ed ai suoi costi.
Nel nostro paese siamo all’inizio di questo dibattito, ma anche possibile terreno di conquista per le multinazionali del settore, soprattutto francesi, inglesi e tedesche, ben più "attrezzate" delle nostre ex-municipalizzate sul versante aziendale, visto che in quei paesi la liberalizzazione dei servizi ed il relativo confronto politico sulle diverse opzioni è già avvenuto. Costruire un percorso credibile sul piano economico e sostenibile su quello ambientale è dunque la vera sfida che i nostri enti locali devono affrontare nei prossimi anni. In gioco ci sono valori fondamentali ed irrinunciabili.
Di questo ed altro, parliamo con l’Avv. Tiziano Tagliani, ViceSindaco del Comune di Ferrara. Proprio in questi mesi infatti, nel capoluogo estense, si è conclusa - con la vendita di un pacchetto azionario di minoranza - una complessa operazione di ridisegno dell'intera fisionomia societaria dell’AGEA, l’ex-municipalizzata cittadina gestrice dei locali servizi ambientali.
"Il primo passaggio" ci racconta Tagliani "è stato fatto tra il 1999 ed il 2000, con la trasformazione di AGEA in SpA. A quel punto avevamo due possibili percorsi: non far nulla, aspettando che la sopraggiunta liberalizzazione nel settore del gas - il primo dei cosiddetti servizi energetico-ambientali ad essere aperto alla concorrenza tra gestori - mettesse prima o poi fuori mercato la nostra AGEA, troppo piccola per competere con i colossi di questo comparto energetico; oppure tentare un'operazione di irrobustimento, sul piano aziendale e territoriale, così da non arrivare impreparati all'inevitabile appuntamento con l'apertura al mercato.
In quel momento, la normativa sulla liberalizzazione dei servizi - ciclo dell'acqua, ma anche raccolta e smaltimento dei rifiuti, manutenzione e cura del verde - prevedeva alcune tappe essenziali per la messa a regime dell'intero comparto. In particolare, un periodo di salvaguardia per le ex-municipalizzate, nel corso del quale il Comune poteva continuare ad affidare loro il servizio senza gara pubblica. Non abbiamo perso tempo e abbiamo optato decisamente per la seconda ipotesi.
Questo ha significato immediatamente una cosa: investire risorse su AGEA, rimpolpando il suo stato patrimoniale, allargando la sua sfera d'azione territoriale, ammodernando attrezzature e impianti. Dal 2000 fino all’indizione della gara internazionale con cui abbiamo cercato il partner aziendale per la nostra AGEA, il Comune ha smesso di drenare risorse dalla propria ex-municipalizzata e ha invece operato per arrivare all’appuntamento con una realtà societaria sufficientemente “solida” da consentire un immediato realizzo per le casse comunali, ma anche una prospettiva che andasse oltre il periodo di salvaguardia prevista dalla legge, per la liberalizzazione dei servizi locali.
Se oggi possiamo guardare con sufficiente tranquillità a questa inevitabile scadenza è proprio grazie alle scelte fatte in questi ultimi tre anni.
Perché ? La vendita ad HERA del 42% delle azioni di AGEA non era un passaggio obbligato, mentre il percorso verso un’azienda più robusta, l’avevate già avviato .
Perché non continuare su questa strada da soli, magari cercando alleanze nel ferrarese ? Quali sono i vantaggi di una partnership così sproporzionatamente più forte di AGEA ?
Il Comune di Ferrara non poteva permettersi di continuare a investire risorse in un progetto aziendale locale, non ne avevamo e non ne abbiamo la forza. La vendita, nello scorso dicembre, del 42% delle azioni di AGEA ha fruttato alle casse comunali oltre 47 milioni di euro. Checché se ne dica, è stato un affare, anche perché la gara internazionale che abbiamo svolto per selezionare l’interlocutore aziendale più “conveniente” e affidabile, non aveva come unico parametro quello del prezzo di vendita del pacchetto azionario di minoranza. Quello che ci interessava e ci interessa molto nel partner sono gli investimenti che è disponibile a fare, sul nostro territorio.
In concorrenza con HERA c’erano altre aziende, anche non italiane, ma la qualità del piano aziendale proposto dalla società emiliano-romagnola era enormemente più interessante di quella degli altri interlocutori. Gli investimenti che HERA si è impegnata a fare – sulla rete idrica e su quella fognaria - incrementano di oltre il 50% quelli previsti dalle sole risorse locali. Oltre 26 milioni di euro, contro 18. Quasi 9 milioni di euro in più – per il prossimo quinquennio – da spendere per risanare la rete di distribuzione dell’acqua potabile di ACOSEA e completare alcuni importanti tratti di fognatura. Interventi urgenti, che vanno sicuramente verso una gestione più sostenibile della risorsa idrica e che non possono - e non potevano - non pesare sulla nostra scelta finale.
Infine, HERA è una società pubblica, formatasi - all’indomani della legge regionale con cui l’Emilia-Romagna si è adeguata alle norme statali dettate dalla citata legge Galli - dalla “fusione” di diverse ex-municipalizzate. Il Consiglio di Amministrazione di HERA SpA è controllato - con un patto di sindacato - dai sindaci dei 138 Comuni proprietari della maggioranza delle sue azioni. Dunque, le perplessità connesse alla quotazione in borsa di HERA non hanno ragion d’essere, se si pensa, ad esempio che con molto meno del 51% la famiglia Agnelli controlla il gruppo FIAT, che quindi ha la maggioranza delle azioni “disponibili” sul mercato borsistico.
Il nostro interlocutore è un soggetto fortemente radicato sul territorio regionale. Un interlocutore che non ha prioritariamente interessi di “bottega”, visto che eventuali, sproporzionati rincari delle tariffe o inefficienze nel servizio, avrebbero come immediato effetto quello di scaricarsi – in termini politici e quindi elettorali – sui sindaci, attraverso il malcontento dei cittadini.
Nell’ultima legge finanziaria, è stata introdotta la possibilità di continuare sine die ad affidare in maniera diretta, ovvero senza una gara (“in house”, come si dice in termine giuridico-amministrativo) la gestione di alcuni servizi ambientali, quali quello del ciclo dell’acqua. Viene quindi meno una delle ragioni che vi hanno portato a cercare una partnership, ovvero la temuta colonizzazione dei colossi francesi o inglesi.
Questo non rende di nuovo percorribile lo scenario di un’AGEA, e quindi di un’ACOSEA (l’azienda che localmente gestisce il ciclo dell’acqua, di proprietà al 75% di AGEA) totalmente di proprietà degli enti pubblici ferraresi ?
L’efficiente – sul piano ambientale – e concorrenziale – sul piano delle tariffe - gestione del ciclo dell’acqua (dalla potabilizzazione alla depurazione) non si ottiene purtroppo solo proteggendo le nostre ex-municipalizzate dalla potenziale colonizzazione delle multinazionali francesi o tedesche. Se è vero che la procedura dell’affidamento “in house” – reintrodotta appena qualche settimana fa nel quadro normativo - consente di perpetuare, anche in assenza di sufficienti economie di scala o di dimensioni aziendali adeguate, la situazione esistente; è pur vero che resta drammaticamente irrisolto il problema degli investimenti strutturali. La nostra rete di distribuzione dell’acqua potabile è vecchia e va rifatta, poiché spreca troppa acqua, mentre c’è da completare la rete fognaria e da ammodernare il depuratore. Le nostre fonti di approvvigionamento idrico – sostanzialmente le acque golenali del Po – non sono notoriamente di buona qualità. Potabilizzare quest’acqua ha costi fissi molto alti, la qualcosa appesantisce le nostre tariffe,, tra le più alte in Italia. Gli introiti, se consideriamo anche la depurazione, coprono a malapena i costi e ciò impedisce all’ACOSEA – e quindi all’AGEA – di avere i necessari utili da reinvestire per una maggiore efficienza del servizio.
In più, l’affidamento “in house” è possibile solo a certe condizioni, che non è detto siano quelle in cui si trova AGEA o ACOSEA. Secondo molti poi, questa scappatoia nostrana contravviene alle direttive europee sulla concorrenza e quindi è fortemente a rischio.
Ma dove trova HERA le risorse aggiuntive necessarie agli investimenti strutturali ? Non è una azienda come AGEA o ACOSEA, i cui introiti derivano dalle tariffe sui servizi applicate ai cittadini ?
Ci sono importanti economie di scala. Un solo esempio: l’ampliamento del forno inceneritore di AGEA verrà a costare il 20% in meno, poiché HERA ha in programma la costruzione di altri cinque inceneritori e questo permette di strappare un costo molto più basso sulla fornitura.
Inoltre HERA ha margini maggiori sulle tariffe relative all’acqua potabile, poiché ha costi di potabilizzazione enormemente più bassi, per la qualità delle sue fonti di approvvigionamento, che sono in montagna.
Quindi quello che si legge sul sito di HERA – “il processo di integrazione e sviluppo è in crescita: a dicembre 2003 è stato siglato il contratto definitivo d’acquisto del 42% delle attività di AGEA. Il piano fissa al contempo il progressivo raggiungimento del 49% del capitale sociale e l’acquisizione entro il 2004 del restante 51% a fronte di un con cambio di azioni HERA”- al di là dei necessari e ancora tutti da formalizzare passaggi istituzionali rappresenta, a tuo avviso, uno scenario auspicabile e condivisibile ?
E’ il Consiglio comunale che dovrà esprimersi sull’argomento. Io posso solo sottolineare i vantaggi che l’operazione “di fusione” a mio avviso comporterebbe.
Per AGEA, non si tratterebbe in ogni caso di una privatizzazione. Paventare, come fanno alcuni, il cambio di scenari politici non sposta il ragionamento di fondo. Questa eventualità potrebbe realizzarsi anche in sede locale e con la stessa dinamica con cui viene prospetta in ambito regionale. Le garanzie statutarie sono comunque molte e il patto sindacale ha diversi contrappesi. In caso “di fusione” la nostra azienda continuerebbe ad essere radicata nel tessuto territoriale ferrarese. Organizzativamente si trasformerebbe nella sesta Società operativa di HERA, che attualmente è strutturata in cinque Società territoriali (tante quante sono le ex-municipalizzate da cui è nata).
La partnership con HERA, una delle più grandi società multiservizi italiana, ci permetterebbe di guardare con tranquillità alla futura gara per il contratto di servizio. Ci sarebbero economie di scala – abbassamento dei costi di gestione - possibilità di reperire maggiori risorse per gli investimenti strutturali – attraverso la borsa - diversificazione delle risorse idriche, con il miglioramento della qualità e l’abbassamento dei costi di potabilizzazione.
La vera sfida del pubblico non è gestire direttamente i servizi, ma imparare a controllare che questi servizi vengano gestiti al meglio. L’Agenzia di Ambito Territoriale (ATO) dovrebbe servire anche a questo, ma qui dovremmo aprire un altro discorso.
Ne parleremo un’altra volta, Tiziano. Credo che di carne al fuoco tu ne abbia già messa parecchia.